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giovedì 26 luglio 2018

GENITORI E FIGLI: LE CAUSE DELLA SCARSA COMUNICAZIONE

Le problematiche relative alla comunicazione tra genitori e figli, a mio avviso, non derivano dal progresso e dalle svariate tecnologie; spesso, molti genitori, acquistano strumenti tecnologici per fornire ai propri figli “un oggetto transizionale” o (esperienza transizionale), termine introdotto dallo psicoanalista Donald Winnicott per spiegare come un oggetto materiale sia capace di soddisfare, nel lattante, la rappresentazione di un qualcosa relativo al possesso e all’unione con la madre. L’oggetto transizionale di Winnicott era rappresentato da un orsacchiotto o da una copertina e la sua funzione era quella di fornire al bambino un modo per facilitare l’angoscioso passaggio dal me al non-me, dal mondo interno al mondo esterno, attraverso una zona intermedia, di margine, “tra me e l’altro”.
Nella società odierna, l’oggetto transizionale di Winnicott esiste, ma persiste nell’età preadolescenziale, in quanto viene fornito dai genitori, che per esigenze di vita regalano ai propri figli video games, cellulari e computers; Questi “oggetti”, creano una dipendenza psichica, poiché escludono il soggetto dal mondo esterno. Le basi della  comunicazione si costruiscono all’interno del nucleo familiare, costituita dalla triade (madre, padre e figlio); quando tutto ciò non avviene, o per meglio dire, il preadolescente o l’adolescente non viene ascoltato si creano dei disagi nella sfera sociale e soprattutto individuale. Infatti, molti adolescenti presentano dei sintomi legati alla mancata o alla scarsa comunicazione, come, per esempio: tic nervosi, balbuzie, stati d’ansia associati a stati depressivi e, in alcuni casi fenomeni di dissociazione. Alcuni bambini tra i 3 e i 5 anni  vengono definiti iperattivi; spesso l’iperattività esprime la rabbia accumulata e lo stato d’ansia  per la scarsa comunicazione, infatti questi bambini riescono a raggiungere un’ottima comunicazione con adulti esterni al nucleo familiare. In base alla fascia d’età è importante intervenire attraverso una psicoterapia individuale e successivamente familiare, per stabilire le cause e ristabilire una comunicazione soddisfacente.

Cristian Chiappetta
Psicologo-Psicoterapeuta

giovedì 20 ottobre 2016

Disturbo Post - Traumatico da Stress


La definizione ufficiale del Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) presente nel DSM si basa su un modello concettuale che lega eventi traumatici catastrofici di gravità minore a un ben definito quadro clinico, sostanzialmente identico in tutti coloro che hanno sviluppato il disturbo. Il DPTS è attualmente classificato tra i disturbi d'ansia e si manifesta con una serie di sintomi innescati dall'esperienza che l'individuo fa di eventi traumatici stressanti, come la personale esposizione alla perdita di una persona cara, a situazioni che implicano minaccia alla propria integrità fisica, a quelli di familiari o amici stretti, come ad esempio la presenza di una grave malattia, una morte violenta ed altri eventi dolorosi di fronte ai quali la persona prova un sentimento di impotenza, di orrore e terrore. I principali sintomi associati al DPTS possono essere raggruppati in tre categorie e per poter porre una diagnosi di questo tipo devono avere una durata di almeno un mese e compromettere in maniera significativa le aree di funzionamento globale dell'individuo esposto all'evento traumatico. Si possono generare dei sintomi "intrusivi", che riguardano immagini frequenti o incubi che fanno rivivere l'evento traumatico; percezioni e sensazioni (suoni, sapori e odori) che richiamano alla mente l'evento anche contro la volontà  della persona. Si può provare notevole disagio quando ci si trova di fronte a situazioni che in qualche modo ricordano l'episodio traumatico. Esistono dei sintomi di "evitamento e di attenuazione della reattività  generale", in cui la persona traumatizzata cerca di evitare i pensieri, i ricordi, le sensazioni, le emozioni ed i discorsi relativi al trauma, e soprattutto fa ogni sforzo per non ricordare e non trovarsi con persone presenti nella tragica circostanza o in luoghi che gli possono evocare l'evento terrificante. Si può verificare nella sintomatologia la "ipereccitabilità", che crea difficoltà ad addormentarsi o mantenere il sonno, concentrarsi su un compito, reazioni esagerate di allarme o di paura e rabbia eccessiva. Questi sintomi possono comparire immediatamente dopo l'evento traumatico ma anche a distanza di molti mesi. Risulta efficace per il DPTS una psicoterapia con approccio dinamico che aiuta il paziente a diminuire il grado d'ansia e gli altri sintomi correlati all'evento traumatico. È consigliabile in questo caso un trattamento farmacologico e psicoterapico, in quanto con il solo impiego di psicofarmaci si produce una risoluzione momentanea dei sintomi.

Di Cristian  Chiappetta 
Psicologo-Psicoterapeuta 

martedì 26 gennaio 2016

OBESITÀ: ASPETTl PSIC0L0GICI


L'obesità può essere considerata come una condizione morbosa con cause multifattoriali, tra le quali una predisposizione genetica, i fattori ambientali, lo stile di vita, fattori psicologici e socio-culturali. I fattori genetici hanno un ruolo importante nel determinare l'obesità. Anche l'ambiente in cui viviamo può favorire l'aumento di peso; ad esempio, un bambino obeso, se vive in una famiglia con adulti obesi, avrà molte più probabilità di diventare un adulto obeso. È importante avere un corretto stile di vita per controllare il proprio peso, cioè fare attenzione a cosa si mangia, e praticare attività fisica giornaliera e costante. La fame è regolata da meccanismi fisiologici che ne bloccano lo stimolo una volta che l'organismo si è nutrito a sufficienza. In alcuni casi, tali processi vengono alterati da comportamenti alimentari irregolari che inevitabilmente sfociano nell'obesità. Associati all'obesità, ci possono essere sintomi psicopatologici quali: ansia, depressione, scarsa autostima, insoddisfazione corporea, relazioni interpersonali problematiche, difficoltà nel gestire le emozioni. In realtà, dal punto di vista psicologico, come da quello medico, l'obesità si presenta come un quadro estremamente complesso. Esiste una classificazione che tiene conto sia del comportamento alimentare sia dell'assetto cognitivo ed emotivo, da cui si possono individuare tre principali tipologie di soggetti obesi: gli "iperfagici prandiali"; che assumono grandi quantità di cibo, prevalentemente durante i pasti. Si tratta di un profilo caratterizzato dal piacere per il cibo, dal controllo sulle quantità assunte, dall'aspetto prevalentemente conviviale legato ai pasti e dalla assenza di malessere psicologico legato all'assunzione degli alimenti stessi. Tra gli iperfagici prandiali si possono distinguere due categorie: i golosi e i divoratori. I golosi amano il cibo e tutto quello che ne permette una assunzione il più possibile appagante, a cominciare dalla compagnia con cui si va a tavola. I divoratori tendono a privilegiare la quantità sulla qualità, raramente preparano i piatti che poi consumeranno in compagnia, mangiano più velocemente dei golosi senza peraltro perdere il controllo sulla quantità. I "grignotteurs" o mangiucchiatori, ingeriscono piccole quantita di cibo, soprattutto dolci e grassi, quindi alimenti altamente calorici, durante buona parte della giornata. Il grignotteur, così come l'iperfagico prandiale, mangia lentamente e apprezza quello che sta mangiando, a differenza del primo però, spesso mangia in risposta a noia, ansia o malesseri fisici vari. In ultimo, il "binge eating disorder" o disturbo da alimentazione incontrollata; è una sindrome molto più grave e complessa dal punto di vista psicologico. Il comportamento alimentare di questi soggetti è caratterizzato da abbuffate episodiche, accompagnate da perdita di controllo e seguite da deflessioni dell'umore. Per abbuffata si intende un episodio alimentare caratterizzato dall'introduzione di una grande quantità di cibo, superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe in un periodo di tempo e in circostanze simili. Questi soggetti, tendono ad avere un'obesità di grado elevato. Sono necessari, a mio avviso, un'adeguata educazione alimentare e un approccio psicoterapico mirato, per diminuire il grado d'ansia generato dal "punto di fissazione" cioè, il cibo. La psicoterapia dinamica correlata alla bioenergetica, che si occupa principalmente dell'integrazione tra mente e corpo, offre degli ottimi risultati per l'eliminazione dei blocchi emotivi e di conseguenza quelli corporei.
Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta
(Estratto da Health Magazine-Rivista Medico-Scientifica di Salute e Nutrizione, Gennaio 2016)

venerdì 31 ottobre 2014

Testo di Francesca Porco: Il "Sangue Rosa" La strage delle donne-Pellegrini Editore

Un libro forte, deciso, coraggioso. “Il sangue rosa. La strage delle donne” della giornalista Francesca Porco è un libro che affonda la penna in un calderone incandescente e ribollente che ingoia vite di donne come fossero lapilli ed erutta lava vorace e divorante.Il femminicidio è un fuoco disumano e disumanizzante che brucia e devasta a livello sociale creando un forte rigurgito di barbarie.Il numero delle donne ammazzate in Italia è in aumento nonostante la legge anti-stalking. Solo nel 2013 sono state 177 le vite brutalmente spezzate. Il 2014 presenta dati in progress ma l’orrore resta uguale, immutato e immutabile con un corredo spiazzante di infanticidi. Nel mondo non va meglio. 125 milioni di bambine e donne hanno subito una forma di mutilazione genitale e ogni anno in India si verificano casi di infanticidio e aborto selettivo.Il sangue delle donne bagna la terra come un vergognoso rito ancestrale.Francesca Porco racconta nelle sue pagine questo dramma. Che è quello che ha coinvolto Fabiana Luzzi, uccisa e arsa viva a soli 16 anni dal suo fidanzatino, e le tante donne uccise senza alcuna pietà da partner o ex-partner, nel tentativo d’indagare, anche attraverso l’intervento di esperti quali criminologi, psicologi e autorità, sui fattori che spingono uomini, i quali si dichiarano innamorati, a compiere simili atrocità. “Il sangue rosa” è il sangue di donne innocenti impietosamente versato per colmare il vuoto di quegli uomini incapaci di accettare un rifiuto, dove l’escalation violenta è solo l’atto finale di un’odissea fatta di minacce, limitazioni, tormenti, violenze psicologiche e fisiche. Uomini di questo tipo sono incapaci d’amare. Il loro è un amore malato, una dipendenza, un’ossessione che genera possesso e distruzione.Ma esistono dei segnali in un rapporto di coppia che lasciano intuire l’esistenza di un pericolo. È allora che bisogna trovare quel coraggio, che appartiene da sempre alle donne, di reagire denunciando il proprio aggressore. È questo il più grande atto d’amore verso se stesse. Un’opportunità per credere ancora che esista qualcuno degno del nostro amore.

lunedì 21 ottobre 2013

ABUSO SUI MINORI: IL MALTRATTAMENTO PSICOLOGICO

Nelle forme di abuso sui minori, viene ridimensionato anche il concetto di “violenza”, centrale nella definizione di abuso per l’aspetto del rapporto abusante-vittima e utilizzato come caratteristica essenziale al configurarsi di un’esperienza traumatica. Ritengo, sia doveroso sottolineare, che il verificarsi di situazioni caratterizzate da violenze e percosse avviene solo nel 3% dei casi. In questo caso, ho preso in esame il “maltrattamento psicologico”; cioè una relazione emotiva caratterizzata da continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, indifferenza, rifiuto, denigrazioni e svalutazioni che danneggiano o inibiscono lo sviluppo di competenze cognitivo-emotive fondamentali quali l’intelligenza, l’attenzione, la percezione e la memoria. In genere, i bambini abusati presentano una sintomatologia piuttosto diversificata, in relazione al tipo di abuso. Nel maltrattamento psicologico, si verificano delle reazioni dissociative e sintomi isterici; come periodi di amnesia, sogno a occhi aperti, stati simili alla trance, attacchi isterici, disturbo da personalità multipla. I sintomi depressivi si manifestano sotto forma di bassa autostima, condotte suicidarie, automutilazioni. Nell’ abuso sessuale, si possono verificare i sintomi sopra elencati, ma anche, sintomi da angoscia; come paura, fobie, insonnia, incubi, problemi somatici ( come enuresi, encopresi, prurito vaginale o anale, anoressia, obesità, cefalea, mal di stomaco); connessi a questi sintomi si riscontrano dei disturbi del comportamento sessuale. In ambito terapeutico, è molto importante fornire al bambino un “setting adeguato” , privo di rumori esterni e soprattutto creare un’ottima alleanza terapeutica, che avrà lo scopo di esteriorizzare gli stati emotivi negativi, quali, gli stati d’ansia e i sentimenti di rabbia causati dagli abusi. Successivamente introdotto in un “setting gruppale” che avrà una funzione di controllo delle dinamiche emotive e di confronto con i membri del gruppo. Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta (Estratto da People Life Magazine di Cosenza e Provincia-Giugno 2013)

domenica 13 ottobre 2013

PSICOTERAPIA UMANISTICA E ANALISI BIOENERGETICA...Un connubio inscindibile

La psicologia umanistica nasce negli anni Settanta, negli Stati Uniti, sotto l’influenza di quella corrente filosofica definita come fenomenologico – esistenziale e, fa convergere in sé, il contributo di autori di diversi orientamenti, sia filosofici che psicologici, che contrari ad ogni forma di riduzionismo psicologico, si fanno interpreti e porta voci della necessità di riportare al centro dell’indagine psicologica la sfera della soggettività e dell’esperienza vissuta. Tale psicologia che nasce come un movimento di pensiero all’interno del quale potevano confluire scuole ed orientamenti terapeutici diversi, intendeva reagire alle concezioni dell’uomo elaborate dalle due precedenti rivoluzioni psicologiche: la psicoanalisi classica e il comportamentismo positivistico. Gli psicologi umanistici erano convinti che la concezione dell’uomo proposta da queste due correnti di pensiero fosse frammentaria e riduzionista e non fornisse una spiegazione convincente della realtà umana. Il comportamentismo riduceva l’uomo ad una macchina animata unicamente da meccanismi stimolo-risposta rispetto alle sollecitazioni ambientali, collocandolo in una dimensione astorica e precostituita (il setting sperimentale), trascurandone la dimensione soggettiva ed interiore a favore di una sterile oggettività. La psicoanalisi freudiana, invece, forniva una impostazione biologica dell’uomo, dominato da forze pulsionali inconsce, talora distruttive, che lo plasmano. Un uomo schiacciato dalla propria infanzia, condizionato da una natura che andava incontro inevitabilmente al conflitto con le norme sociali e destinato a sperimentare intoppi nel suo sviluppo. In entrambe le scuole di pensiero, quindi, venivano trascurati gli elementi fondamentali di una personalità sana e consapevole: l’intenzionalità, la creatività, il libero arbitrio. Gli psicologici umanisti, invece, per primi proposero una visione dell’essere umano come “persona globale”, e “unica” nella sua singolarità. Si tratta una visione sia olistica dell’uomo, in quanto attribuisce pari valori alle componenti biologiche, psicologiche e sociali, che ottimistica, in quanto, ne sottolinea le potenzialità positive: non siamo solo de terministicamente condizionati dalla nostra storia, ma piuttosto, sono le nostre motivazioni e le nostre risorse a determinare cosa facciamo della nostra vita. La psicologia umanistica sposta il focus dell’attenzione dall’uomo malato all’uomo sano con un significativo ribaltamento nella concezione di “salute “ e di “malattia”. Questi elementi, considerati nel “qui ed ora” dell’esperienza dell’ individuo, rendono la Psicologia Umanistica una vera e propria Psicologia della Salute, intesa come sviluppo e accrescimento delle potenzialità della persona. Cambia, ovviamente, anche la modalità di approccio alla problematica umana, sia in termini di metodi che di obiettivi della ricerca psicologica. Non si ricercano più i “perché” di un fenomeno ma si cerca di comprenderlo nella sua interezza. L’obiettivo diventa la comprensione del soggetto nella sua totalità individuale: l’organismo è un agente attivo che entra in un complesso sistema di relazioni con il mondo, per cui non si può comprenderne un singolo comportamento se non si conosce la sua storia personale, le sue aspirazioni, se non si colgono, cioè, la sua visione del mondo e la sua “struttura esistenziale”. Si tratta di una psicoterapia in cui la funzione del terapeuta è quella di creare un’ atmosfera di empatia e di accettazione comprensiva, dove trova spazio non tanto un’interpretazione ma una chiarificazione in cui si lascia lavorare il “paziente” nel suo percorso di rivalutazione ed espressione di sé . Lo psicoterapeuta riconosce, così, nel paziente non solo un essere umano al quale rapportarsi con rispetto ed empatia, ma anche una persona che può essere per se stessa lo strumento migliore di esperienza e di crescita. Lo psicoterapeuta, quindi, non è più l’“esperto” che svela all’individuo in difficoltà i perché a lui sconosciuti della propria sofferenza (come nella psicoanalisi), o che lo addestra a pensare in modo più efficace e ad emettere comportamenti più adeguati (come nell’approccio cognitivo - comportamentista): è, invece, un facilitatore, che, riconoscendo e valorizzando l’unicità dell’esperienza umana, affianca la persona nel processo di evoluzione, promuovendo in essa un processo autonomo di analisi e risoluzione del problema. Nella mia formazione presso l’Istituto di Psicoterapia Psicoumanitas di Roma ho avuto modo di conoscere e imparare delle tecniche corporee che utilizzo con i miei pazienti e con cui ho ottenuto ottimi risultati; per spiegare cos’è l’Analisi Bioenergetica sento il bisogno di esternare due frasi dei miei docenti che rimarranno per sempre scolpite nella mia anima e nella mia mente: “Le parole sono spesso scuse per non sentire” Dott. Antonio Lo iacono; “Il corpo è il teatro delle emozioni”Dott.ssa Rossella Sonnino Partendo dall’assunto che la persona umana può e deve essere studiata nella sua interezza, il corpo ha cominciato ad essere protagonista in psicoterapia grazie proprio alla psicologia umanistica che al suo interno ha visto confluire la Bioenergetica di Lowen, la quale si fonda sull’importante contributo di W. Reich. A lui si riconosce il merito di aver ampliato ed esteso la tecnica analitica per includervi tutto ciò che ha a che fare con l’espressione e le attività fisiche del paziente. L’Analisi Bioenergetica cerca di comprendere la persona nella sua corporeità attraverso l’espressione corporea e i processi energetici connessi. Questi processi, cioè, la produzione di energia attraverso la respirazione e il metabolismo e la scarica di energia nel movimento, rappresentano le funzioni basilari della vita. È una forma di terapia che associa il lavoro sul corpo con quella sulla mente. Una tesi fondamentale della bioenergetica è che mente e corpo si influenzano a vicenda: quello che succede nella mente si riflette sul corpo e viceversa. Noi “non abbiamo un corpo” ma “siamo il nostro corpo”, espressione della nostra vitalità, del nostro passato, del nostro presente e delle nostra esperienza personale e interpersonale, delle nostre consapevolezze, dei nostri processi inconsci, dei nostri moti, e delle nostre emozioni. A differenza della maggior parte dei metodi precedenti che, avevano focalizzato l’attenzione sulla mente, la bioenergetica cerca di capire la personalità umana dal punto di vista del corpo. L’analisi bioenergetica si avvale, pertanto, di tecniche specifiche e sistematiche nel processo psicoterapeutico e che intervengono tanto sul piano verbale quanto su quello corporeo, cercando di rafforzare il contatto con la terra/realtà del corpo (grounding), intensificando la vibrazione naturale del corpo e approfondendo la respirazione, sviluppando una coscienza psicologica, ampliando le possibilità espressive di movimento e di fluidità comunicativa. In definitiva l’analisi bioenergetica è una tecnica che pone le sue fondamenta proprio sull’importanza d’entrare in contatto con se stessi, con il proprio vissuto corporeo e con le sue sensazioni ed emozioni. Nell’Health Center S.R.L., utilizziamo questo tipo di approccio terapeutico; il soggetto all’interno della struttura trova un ambiente accogliente e confortevole, con un personale medico e paramedico altamente qualificato. Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta (Estratto da People Life Magazine di Cosenza e Provincia-Novembre 2012)

LA DEPRESSIONE: NEL BAMBINO E NELL'ADULTO

Il disturbo depressivo nel bambino, più che percepito, viene agito ed espresso attraverso la "mimica" del volto, attraverso gesti e comportamenti; nello stile motorio, o con disturbi somatici, o della sfera scolastica e sociale. I sintomi espressi dal bambino piccolo (18-36 mesi) sono soprattutto sintomi somatici con anoressia, disturbo del sonno, episodi diarroici ed eczema; in situazioni di gravità si riscontra un ritardo di sviluppo psicomotorio ed un’incapacità di rispondere alle interazioni sociali. In età prescolare sono più comuni le forme caratterizzate da sintomi ansiosi associati a labilità nel tono dell’umore o le forme di inibizione con pseudoinsufficienza mentale; i bambini non manifestano in genere sentimenti di tristezza in modo esplicito ma mostrano comportamenti caratterizzati da mancanza di allegria, instabilità, irritabilità, o disturbi somatici. In età scolare (6-11 anni) i bambini riescono in parte a verbalizzare il proprio stato d’animo, che emerge in giochi, sogni, disegni (fantasie di morte, bassa autostima, sentimenti di perdita e di abbandono, sensi di colpa, sentimenti di non essere amato o di essere rifiutato dagli altri). Ancora controversa è la valutazione sulla possibile continuità tra la depressione del bambino e quella dell’adulto, infatti non è sicura la continuità (non tutti i bambini depressi diverranno adulti depressi), mentre è verificato che la maggior parte degli adulti che soffrono di depressione ricordano e descrivono sintomi depressivi anche nell’infanzia o in età adolescenziale. La depressione nell’adulto può essere classificata attraverso tre livelli: “lieve”; nasconde facilmente a se stesso/a e agli altri la sua condizione psicologica e si affievolisce il desiderio di compiere delle azioni. Nella depressione “media” ; il soggetto ha una scarsa autostima, trascura il suo aspetto e presenta difficoltà nelle relazioni interpersonali. Infine, nella depressione “grave”; la persona non è più in grado di occuparsi di se stessa e trascorre tutto il giorno a letto. L’alimentazione e il sonno sono gravemente disturbati. La depressione può essere curata attraverso la psicoterapia, e in alcuni casi associata ad un trattamento farmacologico adeguato. Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta (Estratto da People Life Magazine di Cosenza e Provincia-Marzo 2013)

sabato 12 ottobre 2013

LA MANCANZA DI AUTOSTIMA

Attraverso la mia esperienza, con diversi pazienti, ho potuto constatare che spesso ruotano attorno a due poli: mancanza di autostima, fiducia in se stessi e senso di incapacità. Per esempio: C’è chi non ha il coraggio di difendere la propria opinione se incontra altre persone sicure di sé. Diversi si credono dei buoni a nulla. Pensano che gli altri sappiano sempre fare di meglio. Soprattutto mamme, i cui figli sono da poco usciti di casa, si accorgono all’improvviso di come la loro fiducia in se stesse, così faticosamente costruita, crolli. Esse hanno trovato appagamento nella vita dei propri figli e ora che si devono confrontare con se stesse hanno la sensazione di non valere più nulla. Ci sono giovani che nutrono grossi dubbi sul loro valore; essi soffrono del fatto di non essere considerati, di avere delle inibizioni, di non essere come vorrebbero. Si infuriano se arrossiscono quando si affronta un discorso che li mette a disagio. Soprattutto temono di non risultare piacevoli. O ripetono spesso: “Che vergogna!”. Giovani uomini si sentono inibiti in presenza delle donne, perché non sono sicuri di essere da loro accettati: se vedono altri in compagnia di una ragazza provano un senso di inferiorità, perché sono ancora soli e perché nessuna ragazza li avvicina. Ci sono ragazze che hanno paura di non essere considerate dagli uomini, di essere derise da loro, perché non si avvicinano al loro ideale di bellezza: investono perciò le proprie energie per apparire così come pensano che gli uomini le desiderino. Nella costruzione di una buona stima di Sé, determinante è l’esperienza della fiducia originaria che il bambino piccolo fa con la mamma. Se la mamma irradia fiducia, allora anche nel bambino nascerà un forte senso di fiducia, ma se la mamma è insicura, se ha paura di commettere qualche errore nell’educazione del figlio, allora anche il bambino diventerà insicuro. Infatti, il bambino percepisce non solo ciò che la mamma fa, ma anche il modo in cui lo fa: percepisce se lei sta bene o male, se si sente sicura o insicura, se lo accudisce volentieri o contro voglia, se c’è premura o aggressività,o ansia; infine, se l’accettazione è incondizionata o condizionata. È in base a tutte queste percezioni che nel bambino si sviluppa sicurezza o insicurezza, il senso di una propria autostima. In pratica, la fiducia originaria è la sensazione di potersi fidare dei propri genitori, ma anche di se stessi(e, per estensione, degli altri). Tuttavia, indipendentemente da come è trascorsa la nostra infanzia ognuno di noi ha il compito di sviluppare una sana autostima, anche se le premesse dalle quali partiamo per affrontare questo compito sono evidentemente diverse. Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta (Estratto da People Life Magazine di Cosenza e Provincia- Aprile 2013)