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giovedì 26 luglio 2018

GENITORI E FIGLI: LE CAUSE DELLA SCARSA COMUNICAZIONE

Le problematiche relative alla comunicazione tra genitori e figli, a mio avviso, non derivano dal progresso e dalle svariate tecnologie; spesso, molti genitori, acquistano strumenti tecnologici per fornire ai propri figli “un oggetto transizionale” o (esperienza transizionale), termine introdotto dallo psicoanalista Donald Winnicott per spiegare come un oggetto materiale sia capace di soddisfare, nel lattante, la rappresentazione di un qualcosa relativo al possesso e all’unione con la madre. L’oggetto transizionale di Winnicott era rappresentato da un orsacchiotto o da una copertina e la sua funzione era quella di fornire al bambino un modo per facilitare l’angoscioso passaggio dal me al non-me, dal mondo interno al mondo esterno, attraverso una zona intermedia, di margine, “tra me e l’altro”.
Nella società odierna, l’oggetto transizionale di Winnicott esiste, ma persiste nell’età preadolescenziale, in quanto viene fornito dai genitori, che per esigenze di vita regalano ai propri figli video games, cellulari e computers; Questi “oggetti”, creano una dipendenza psichica, poiché escludono il soggetto dal mondo esterno. Le basi della  comunicazione si costruiscono all’interno del nucleo familiare, costituita dalla triade (madre, padre e figlio); quando tutto ciò non avviene, o per meglio dire, il preadolescente o l’adolescente non viene ascoltato si creano dei disagi nella sfera sociale e soprattutto individuale. Infatti, molti adolescenti presentano dei sintomi legati alla mancata o alla scarsa comunicazione, come, per esempio: tic nervosi, balbuzie, stati d’ansia associati a stati depressivi e, in alcuni casi fenomeni di dissociazione. Alcuni bambini tra i 3 e i 5 anni  vengono definiti iperattivi; spesso l’iperattività esprime la rabbia accumulata e lo stato d’ansia  per la scarsa comunicazione, infatti questi bambini riescono a raggiungere un’ottima comunicazione con adulti esterni al nucleo familiare. In base alla fascia d’età è importante intervenire attraverso una psicoterapia individuale e successivamente familiare, per stabilire le cause e ristabilire una comunicazione soddisfacente.

Cristian Chiappetta
Psicologo-Psicoterapeuta

mercoledì 26 ottobre 2016

I DISTURBI DEL SONNO

Sono molte le persone che riferiscono di avere dei disturbi del sonno e spesso non hanno modo di capirne le cause o la causa. I disturbi del sonno vengono catalogati, in genere, in tre categorie: parainsonnie, russamento, apnea e insonnia. Le parainsonnie più comuni sono il bruxismo e il sonnambulismo; il primo è l'atto di muovere e di grignare i denti mentre si dorme, il secondo riguarda la deambulazione durante il sonno, che colpisce frequentemente i bambini. Mentre nel russamento le cause possono essere molteplici; come obesità, fumo, allergie, raffreddori e tutto ciò che influisce sulle vie respiratorie, causando una scarsa qualità del sonno a se stesso e a chi è costretto ad udire le vibrazioni che vengono emesse. In caso di apnea notturna, il sonno viene interrotto dalla mancanza d'aria e può essere compromessa la vita del soggetto stesso. Chi soffre di questo disturbo ha generalmente un umore instabile. Per chi riferisce di soffrire di insonnia le cause sono diverse e riguardano prettamente la sfera psichica, come in gran parte le sopra citate. Nella pratica terapeutica, molti pazienti, che soffrono di disturbi d'ansia generalizzata, esplicano la difficoltà a prendere sonno oppure affermano di dormire male. In entrambi i casi, ho avuto modo di constatare, che i fattori ansiogeni generano delle tensioni che si localizzano nella parte lombosacrale, negli arti inferiori e a livello delle scapole. Per questo motivo è importante, a mio avviso, oltre al colloquio clinico, far comprendere al paziente che per una migliore qualità del sonno è necessario conoscere i punti deboli del proprio corpo, che accumulano lo stress nelle ore diurne e notturne. L'ansia e di conseguenza lo stress che crea le contrazioni muscolari possono essere affievolite mediante degli esercizi corporei da attuare nello spazio terapeutico e successivamente da ripetere prima del riposo notturno. Voglio ricordare che la perdita di sonno, la percezione di dormire male e le contrazioni muscolari, causano umore instabile e in alcuni casi generare crisi d'ansia o attacchi di panico. Tuttavia, spesso si incorre in cure palliative, ancorandosi a farmaci o alcool, o credendo di avere dei disturbi fisiologici. Il corpo non è altro che un messaggero, ovvero, rende manifesto ciò che la psiche tenta di celare.

Di Cristian Chiappetta
Psicologo-Psicoterapeuta

domenica 13 ottobre 2013

LA DEPRESSIONE: NEL BAMBINO E NELL'ADULTO

Il disturbo depressivo nel bambino, più che percepito, viene agito ed espresso attraverso la "mimica" del volto, attraverso gesti e comportamenti; nello stile motorio, o con disturbi somatici, o della sfera scolastica e sociale. I sintomi espressi dal bambino piccolo (18-36 mesi) sono soprattutto sintomi somatici con anoressia, disturbo del sonno, episodi diarroici ed eczema; in situazioni di gravità si riscontra un ritardo di sviluppo psicomotorio ed un’incapacità di rispondere alle interazioni sociali. In età prescolare sono più comuni le forme caratterizzate da sintomi ansiosi associati a labilità nel tono dell’umore o le forme di inibizione con pseudoinsufficienza mentale; i bambini non manifestano in genere sentimenti di tristezza in modo esplicito ma mostrano comportamenti caratterizzati da mancanza di allegria, instabilità, irritabilità, o disturbi somatici. In età scolare (6-11 anni) i bambini riescono in parte a verbalizzare il proprio stato d’animo, che emerge in giochi, sogni, disegni (fantasie di morte, bassa autostima, sentimenti di perdita e di abbandono, sensi di colpa, sentimenti di non essere amato o di essere rifiutato dagli altri). Ancora controversa è la valutazione sulla possibile continuità tra la depressione del bambino e quella dell’adulto, infatti non è sicura la continuità (non tutti i bambini depressi diverranno adulti depressi), mentre è verificato che la maggior parte degli adulti che soffrono di depressione ricordano e descrivono sintomi depressivi anche nell’infanzia o in età adolescenziale. La depressione nell’adulto può essere classificata attraverso tre livelli: “lieve”; nasconde facilmente a se stesso/a e agli altri la sua condizione psicologica e si affievolisce il desiderio di compiere delle azioni. Nella depressione “media” ; il soggetto ha una scarsa autostima, trascura il suo aspetto e presenta difficoltà nelle relazioni interpersonali. Infine, nella depressione “grave”; la persona non è più in grado di occuparsi di se stessa e trascorre tutto il giorno a letto. L’alimentazione e il sonno sono gravemente disturbati. La depressione può essere curata attraverso la psicoterapia, e in alcuni casi associata ad un trattamento farmacologico adeguato. Di Cristian Chiappetta Psicologo-Psicoterapeuta (Estratto da People Life Magazine di Cosenza e Provincia-Marzo 2013)